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Quale e quanto valore diamo all’uomo? Certamente molto. Cerchiamo di creare intorno a noi un ambiente che sia sicuro, per noi e per tutte le persone che amiamo. Ci rassicura la presenza dei maggiori sistemi di sicurezza nell’auto che abbiamo appena acquistato, sia attivi che passivi. Anche nella vita di tutti i giorni applichiamo, spesso inconsciamente, mille accortezze per non mettere in pericolo noi stessi e chi ci sta vicino, per esempio chiudendo la valvola del gas prima di andare a dormire, attivando il freno a mano quando parcheggiamo l’auto, dando uno sguardo a destra e poi a sinistra nell’attraversare la strada, togliendo gli alimentatori dei nostri telefoni cellulari quando hanno finito la ricarica, allontanando le pentole bollenti dal bordo più esterno del piano cottura e molto altro.

Un ambiente che riteniamo sicuro ci fa sentire a nostro agio, e una situazione di benessere si riflette, automaticamente, in tutte le nostre attività.  L’origine della parola sicurezza è molto bella: essa proviene dal latino securus, senza preoccupazioni, composta da se (privazione) + cura (preoccupazione). La sicurezza è l’assenza di preoccupazioni: in molti casi si attribuisce questa caratteristica ad oggetti – quali un ponte, un lavoro – con connotati di fermezza e costanza, che di riflesso comportano un’assenza di preoccupazioni. Questo ci racconta una sicurezza che è tutta interiore, poiché la preoccupazione è un fatto assolutamente intimo. Così l’essere o meno sicuri in una certa situazione, come ad esempio la sicurezza di un dato o di una previsione, la sicurezza che si declina in fiducia, rispondono tutti alla dimensione di una personale e segreta responsabilità – quella di stare in equilibrio col mondo esterno.

Soprattutto in ambiti lavorativi a rischio medio e alto, portiamo particolare attenzione alle buone prassi ed abitudini che ci permettano di svolgere i nostri compiti in sicurezza per noi e per i nostri colleghi, e abbiamo l’obbligo morale, oltre che per indicazioni aziendali, di evidenziare eventuali carenze, non conformità, danni a macchinari o attrezzature in uso o altro. Ma è insito nella stessa parola “emergenza” il suo significato: una circostanza improvvisa e potenzialmente pericolosa. A volte, nonostante tutte le attenzioni e le procedure applicate o a causa di eventi estranei, accade l’emergenza: si apre la porta del vero pericolo.

Sembra quasi che si parli di emergenza esclusivamente quando si è già in emergenza, anziché imparare dagli errori prima, per non incorrere in situazioni di straordinaria gravità poi. Generalmente gli incidenti sul lavoro possono essere ricondotti a poche abitudini comportamentali, anche subconsce: cultura, scaramanzia, superficialità, abitudine.

La cultura della sicurezza è argomento da molti esibito e da molto pochi accolto e attuato: formalmente ogni Azienda attua tutte le azioni necessarie a proteggere i lavoratori, e sé stessa, da infortuni o possibili infortuni, adottando Piani delle emergenze quando necessario, affiggendo cartelli sulle buone prassi o condividendole con i propri lavoratori, impartendo direttive che, nella maggior parte dei casi, svolgono la funzione del “sepolcro imbiancato”.

Spesso vengono ignorati, per scaramanzia, tutti quei campanelli di allarme chiamati near miss (mancati incidenti) che evidenziano in modo inequivocabile un pericolo latente perché… tanto non succede, tanto basta stare attenti… tanto ho sempre fatto così.

Purtroppo però sempre più spesso accadono incidenti legati ad una scarsa attenzione nello svolgimento delle operazioni quotidiane, che vengono quindi svolte con superficialità, di frequente senza tenere conto che le azioni di uno possono avere ricadute, anche gravi, su altri.

Anche l’abitudine allo svolgimento di particolari mansioni è un nemico occulto: troppa sicurezza causa disattenzione, la disattenzione causa danni.

E tutte le azioni attuate per la prevenzione degli incidenti? E la predisposizione dei Piani di emergenza? E le prove di evacuazione? Un buon Piano delle emergenze (PEM) deve essere cucito a mano sulle necessità specifiche di ogni Azienda: il PEM predisposto per un ambulatorio medico non potrà mai essere paragonabile al PEM predisposto per un impianto produttivo, il PEM predisposto per un’azienda agricola non avrà nulla a che vedere con il PEM di un grosso supermercato. Però i PEM raramente risultano determinanti quando l’emergenza accade. Perché? Il piano delle emergenze è veramente efficace quando è predisposto sulla realtà lavorativa e quando viene preventivamente condiviso con tutti i lavoratori.

Allo stesso modo non vengono puntualmente svolte le prove di evacuazione: sappiamo già come si fa, non possiamo interrompere le attività lavorative, non c’è tempo.

Un Piano delle emergenze ben strutturato e calibrato sulle specificità produttive, unitamente ai protocolli di sicurezza che possono essere predisposti per le singole attività lavorative in caso di mansioni diverse all’interno della stessa azienda, può veramente aiutare le Aziende nella tutela della salute dei lavoratori, nella prevenzione degli infortuni e di possibili danni anche materiali a strutture e mezzi. Inoltre l’applicazione di tutte le misure preventive può fare la differenza in caso di reale emergenza. La condivisione delle informazioni, la buona pratica di accoglienza delle segnalazioni di near miss da parte dei lavoratori e la formazione in ambito di emergenza sono i primari strumenti per la prevenzione di incidenti sul lavoro.

Il Vs Piano delle emergenze è adeguato alle unità produttive della Vs Azienda? S5 Srl è a disposizione per la strutturazione di un Piano delle emergenze che sia veramente calato nelle Vs attività lavorative e per la stesura, in accordo con i vertici apicali, di ogni procedura volta alla prevenzione degli infortuni ai lavoratori e, conseguentemente, al miglioramento della sicurezza in Azienda e delle prestazioni aziendali: contattateci per una prima visita.

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